Per esser grande l'uom creò la macchina,
e la rese perfetta in ogni ordigno.
Nervi d'acciajo le donò; ed in vero
parve ad essa donare anche il pensiero.
Ingranaggi, stantuffi, anse, cilindri,
tutto in essa ebbe schiavo al suo dominio:
quand'egli volle e comandò, il motore
battè col soffio d'un possente cuore.
E la macchina fu pari a una femmina
bella, asservita a lui da un incantesimo.
Ogni sua grazia occulta, ogni suo segno
palese, ogni finezza di congegno
gli appartenne, fu carne e sangue e palpito
d'amante, amata in pena ed in delizia:
tutto di lei scrutò, strinse, plasmò,
distrusse, ricostrusse, idoleggiò.
Sotto una tenda, avvolto in un cinereo
lucco d'artiere, fra strumenti e cinghie,
dì e notte visse, in veglia intenta e cruda
a fianco della sua macchina ignuda.
Scordò per essa le dolcezze semplici
della vita mortale, i cieli e l'acque,
il desco bianco ove si frange un pane
di pace—e il cerchio delle cure umane.
L'erba scordò che dice all'uomo: «Stenditi
sulla freschezza mia, sogna, ristòrati:»
—il sol che gonfia i germi e arrossa i tralci
e fra le spighe il lampo delle falci.
E tanto l'adorò ch'ella terribile
ne divenne, suo gaudio e sua superbia,
idol d'acciajo fino ai denti armato,
a conquiste implacabili creato.
E un dì ch'ei ne seguìa, scosso da fremiti
d'orgoglio, il gioco delle ferree vertebre,
ratta il ghermì, sè del suo sangue intrise,
più bella al sol perfidamente rise.
martedì 10 marzo 2020
Ada Negri. Poesia. "L'uomo e la macchina"
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