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lunedì 9 marzo 2020

Rainer Maria Rilke. Poesia. Orfeo Euridice Hermes

Era l’ardua miniera delle anime. Correvano nel buio come vene d’argento, silenziose. Tra radici sgorgava il sangue che poi sale ai vivi nella tenebra duro come porfido. Poi null’altro era rosso. V’erano rocce e boschi informi. Ponti sopra il vuoto e quell’immenso grigio, cieco stagno che premeva sul fondo come un cielo di pioggia sui paesaggi della terra. Fra i prati tenue e piena di promesse correva come un lungo segno bianco l’incerta traccia della sola strada. E quell’unica strada era la loro. Avanti l’uomo nel mantello azzurro agile, con lo sguardo volto innanzi muto e impaziente. Il passo divorava la strada a grandi morsi. Gravi, rigide cadevano le mani dalla veste e ignoravano ormai la lieve lira 18 cresciuta alla sinistra come un cespo di rose in mezzo ai rami dell’ulivo. E i suoi sensi rompevano discordi: lo sguardo andava innanzi, si aggirava come un cane, era accanto e poi di nuovo lontano, fermo sulla prima curva – l’udito indietro come resta un’ombra. Talvolta egli credeva di tornare ai due che indietro sulla stessa via dovevano seguirlo. Poi di nuovo alle spalle restava appena l’eco dei suoi passi e il mantello alto nel vento. Ma diceva a se stesso: Essi verranno –, ad alta voce, e si sentiva spegnere. E tuttavia venivano ma due dal lentissimo passo. Se egli avesse potuto volgersi un istante (e volgersi era annullare tutta quell’impresa che si compiva ormai) li avrebbe visti, i due che taciturni lo seguivano. Il dio dei viaggi e del lontano annunzio che innanzi a sé reggeva la sottile verga, e aveva sugli occhi il breve casco e alle caviglie un palpitare d’ali; e affidata alla sua sinistra: lei. Lei cosí amata che piú pianto trasse da una lira che mai da donne in lutto; cosí che un mondo fu lamento in cui 19 tutto ancora appariva: bosco e valle, villaggio e strada, campo e fiume e belva; e sul mondo di pianto ardeva un sole come sopra la terra, e si volgeva coi suoi pianeti un silenzioso cielo, un cielo in pianto di deformi stelle –: lei cosí amata. Ma ora seguiva il gesto di quel dio, turbato il passo dalle bende funebri, malcerta, mite nella sua pazienza. Era in se stessa come un alto augurio e non pensava all’uomo che era innanzi, non al cammino che saliva ai vivi. Era in se stessa, e il suo dono di morte le dava una pienezza. Come un frutto di dolce oscurità ella era piena della grande morte e cosí nuova da non piú comprendere. Era entrata a una nuova adolescenza e intoccabile: il suo sesso era chiuso come i fiori di sera, le sue mani cosí schive del gesto delle nozze che anche il contatto stranamente tenue della mano del dio, sua lieve guida, la turbava per troppa intimità. Ormai non era piú la donna bionda 20 che altre volte nei canti del poeta era apparsa, non piú profumo e isola dell’ampio letto e proprietà dell’uomo. Ora era sciolta come un’alta chioma, diffusa come pioggia sulla terra, divisa come un’ultima ricchezza. Era radice ormai. E quando a un tratto il dio la trattenne e con voce di dolore pronunciò le parole: si è voltato –, lei non comprese e disse piano: Chi? Ma avanti, scuro sulla chiara porta, stava qualcuno il cui viso non era da distinguere. Immobile guardava come sull’orma di un sentiero erboso il dio delle ambasciate mestamente si volgesse in silenzio per seguire lei che tornava sulla stessa via, turbato il passo dalle bende funebri, malcerta, mite nella sua pazienza. 

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